FRANCO BOMPREZZI
Nel nostro paese ci stupiamo ancora per percorsi percepiti come diversi, fuori norma: una donna al potere o un caporedattore portatore di handicap…
In realtà sono percorsi di normalità, un termine che io uso spesso, giocando sul paradosso di questa parola perché, in realtà, la normalità non esiste, non esiste la norma. Esistono diverse sfaccettature ed ogni persona è portatrice di alcune di queste, ogni persona è un universo a sé e in questo ha il suo valore. Sembra un'affermazione quasi banale però, d'altro canto, quando la differenza è più marcata rispetto ad uno "standard" allora la società tende a chiamarsi fuori dalla diversità. Allora sottolineerei non tanto una difficoltà mia rispetto al mio percorso, ma una difficoltà degli altri a relazionarsi con chi è disabile. Questo è, probabilmente, il segno di un pregiudizio culturale, di un giudizio che "viene prima", una sorta di archetipo che abbiamo tutti talmente radicato dentro di noi che anche io, che ho vissuto un percorso di emancipazione culturale ho avuto la possibilità di fare una vita assolutamente senza apparenti discriminazioni, in realtà, a mia volta, magari ho dei pregiudizi nei confronti degli altri.
Il problema vero è che siamo in una società fortemente competitiva. Quello che io ho sperimentato nell'essere un portatore di disabilità che affronta la vita - grazie a genitori che hanno voluto che io facessi tutto ciò che potevo fare, senza "medicalizzare" la mia disabilità - è che ogni "passaggio" ho dovuto conquistarlo mettendoci qualcosa in più. Se dovessi definire che cosa può esserci di diverso rispetto agli altri, rispetto al tema delle Pari Opportunità, direi proprio questo: bisogna sempre metterci qualcosa in più. E questo qualcosa dà la misura esatta del gap che esiste tra la possibilità di vivere pienamente e, invece, la costrizione di dover essere sempre in qualche modo costretto all'inseguimento.
Una strada in salita, in una società e un Paese che sembra essere sempre un fanalino di coda, oppure esistono anche delle positività?
Per quanto riguarda le disabilità credo si siano fatti dei grossi balzi in avanti, per esempio nel mondo della Scuola dove, comunque, c'è una legislazione intelligente sull'integrazione scolastica, sia pure poi spesso compromessa sul piano della pratica e dell'attuazione, per l'eccessiva burocrazia e la carenza di fondi. Però, quanto ai princìpi è molto più inclusiva della legislazione scolastica degli altri Paesi europei tant'è vero che ci è invidiata, è un modello per gli altri. Abbiamo fatto dei passi interessanti sul piano delle disabilità ma soltanto perché in qualche maniera c'è stata una pressione dal basso, un'azione sociale del movimento delle persone disabili che ha spinto verso una maggiore consapevolezza, attività molto forti di alcune categorie di disabilità, storicamente molto organizzate e riconoscibili. Ciechi e sordi, in particolare, in Italia sono stati capaci - un pò perché la disabilità in questo caso è estremamente netta, chiara e riconoscibile - di costituirsi come lobbyes, in senso positivo, e fare pressioni per ottenere l'abbattimento della distanza.
Resta difficile, il più difficile, invece, il terreno della disabilità intellettiva laddove parlare di Pari Opportunità è un obiettivo molto complesso. Un pò anche perché è legata alla capacità di rappresentare se stessi: spesso sono i genitori a essere garanti della disabilità intellettiva dei figli e i genitori, come dire, puntano alle cose fondamentali, sicurezza e serenità, e quindi, a volte, accettano anche delle soluzioni leggermente separanti, proprio perché temono che l'impatto con una società che è abbastanza cinica, abbastanza dura possa essere un ulteriore trauma per i propri figli. Di fatto l'essere partecipi in pieno della società è un rischio, una sfida per la quale bisogna essere anche molto attrezzati per assorbire il possibile contraccolpo, specialmente in un'epoca di così grandi insicurezze, in cui ognuno cerca di difendere il proprio status e vede qualunque interlocutore esterno diverso da sé come un possibile aggressore, non come una possibile risorsa. Questa è una difficoltà che credo riguardi non soltanto le disabilità ma un pò tutte le "diversità": penso agli extracomunitari che vengono nel nostro Paese, penso alle donne nel contesto lavorativo e, anche, sociale; penso in qualche misura a tutta la pressione degli anziani rispetto a diritti che prima non erano neanche considerati, per esempio quello di continuare a svolgere una vita normale…
È il contesto che fa la differenza ed il clima complessivo sociale è esattamente l'opposto di quello che aiuta un'integrazione vera nella società. La mia sensazione è che ci siano due binari paralleli. Da un lato c'è una grande elaborazione culturale positiva che sta favorendo il dialogo e la crescita di valori condivisi, sia a livello nazionale che internazionale. L'Europa in questo senso è un luogo di Diritti: è una cosa che si capisce sempre poco, ma se guardiamo alle politiche europee sono politiche fortemente di non discriminazione e sono il vero futuro delle battaglie per l'emancipazione dei diritti e la tutela dei più deboli. Però questa parte d'Europa fatica a farsi conoscere, è quella più difficile da far circolare, anche se è la grande risorsa che noi abbiamo: non è magari monetaria, ma è culturale, è sociale, di grande fratellanza vera. L'altro versante, invece, è quello della regressione sociale rispetto alla tolleranza e ai valori della convivenza civile determinata da un percepito aumento della violenza e un percepito aumento dell'insicurezza di fronte alla caduta di barriere "protettive" nei confronti di mondi esterni che oggi arrivano alle nostre porte e suscitano, comunque, nuove paure: dell'islam, del diverso, delle ragioni che sono diverse dalle nostre, di valori altri che finiscono per confliggere con i nostri. E' una vera doccia scozzese: da una parte stiamo facendo tutti quanti un lavoro di costruzione di dialogo, dall'altro chi costruisce il dialogo viene considerato eccessivamente buono, eccessivamente tollerante, incosciente e inconsapevole dei rischi…
…si teme spesso una perdita di identità, laddove si intende l'identità come una roccaforte monolitica…
Sì, purtroppo questo succede anche a persone intellettualmente rispettabili che hanno condotto magari enormi battaglie di emancipazione e poi, per paura, finiscono con il chiudersi in una difesa ad oltranza di un'identità che percepiscono come minacciata, paradossalmente anche quando sanno che la loro stessa identità è proprio il frutto di incontro e dialogo…
In questo contesto, di luci e ombre, la comunicazione sembra avere un'importanza inedita: ha la possibilità di costruire, anticipare mondi e modelli nuovi, ma ha anche la responsabilità di mantenere una memoria dell'identità.
Il modo della comunicazione, che vivo direttamente, dà proprio la misura dello scenario che stiamo vivendo. E' un mondo in cui ormai diventa fondamentale la capacità di veicolare lo stesso contenuto informativo in mille modi diversi: lo stesso contenuto diventa immagine, voce testo, sms, video news, dvd, cioè qualcosa di immateriale che assume forme diverse. Il rischio è che si perda di vista l'importanza del contenuto perché si focalizza eccessivamente l'attenzione solo sulla forma. Così si finisce con il cercare di avvicinare il destinatario secondo la forma che per lui è più comoda e congeniale, e non mediante il contenuto più giusto. Veicolare informazioni e contenuti complessi con strumenti che, invece, devono semplificare al massimo sta rendendo difficilissimo far circolare, per esempio, l'informazione sociale che è complessa per natura, dove sono le sfumature a fare la differenza, sono i mezzi toni, non il bianco e il nero, ma sempre una gamma di modulazioni.
Siamo in una fase nella quale la comunicazione vive una forma di entusiasmo per tutto ciò che è digitale, che è nuovo e non cartaceo, e che è estremamente pericolosa perché riduce lo spazio dell'approfondimento, della lettura individuale, del ripensamento sui contenuti. D'altra parte ci sono nuovi antidoti a queste malattie, per esempio la riscoperta del teatro - che sta vivendo una nuova fase di rilancio - o dei luoghi in cui ci si incontra: la musica, quei luoghi in cui si fa anche informazione, in cui si sta effettivamente riscoprendo e valorizzando le culture, lo scambio, le identità.
Però è evidente che la globalizzazione nell'informazione ci porta e vivere esperienze per certi versi paradossali: oggi ci emozioniamo per i monaci buddisti in protesta nel Myanmar, però ci lascia indifferente il monaco che bussa alla nostra porta di casa. Abbiamo qui delle situazioni di criticità che non riusciamo più a vedere perché siamo bombardati da una informazione globale che ci accontenta, perché in qualche misura ci fa sentire buoni, rafforza sempre questa grande presunzione del mondo occidentale di essere dalla parte giusta. Questo succede spesso anche nelle minoranze: il non considerare quanto in realtà si è privilegiati a vivere, per esempio, in Italia. Se io penso di essere un disabile che ha una macchina, un lavoro, una sedia a rotelle nuova e mi confronto con quello che potrebbe essere una situazione analoga vissuta in Africa, o in Cina, allora qualche domanda me la dovrei porre… probabilmente non posso fare granché , però posso orientarmi e orientare per lo meno ad una riflessione su questo. E quando si parla di informazione e comunicazione credo occorra sempre maturare un pensiero critico…
Prima lei ha ricordato alcuni cambiamenti avvenuti grazie alle spinte dal basso; per quanto riguarda, invece, le cosiddette "spinte dall'alto" la recente Convenzione dell'ONU sulla disabilità potrà portare a cambiamenti reali e concreti?
Intanto è già un fatto reale e importante che ci siano finalmente non soltanto delle regole generali per gli Stati, ma una convenzione che è un accordo politico molto più forte. Ovviamente gli effetti saranno nel tempo e sarebbe pericoloso dare la sensazione che le cose possano cambiare nel giro di un anno e o due anni. Occorrerà un processo in cui prima di tutto ci sia una diffusione dei contenuti della Convenzione, conoscerli e farli conoscere, e questo è un aspetto comunicativo molto complesso.
In secondo luogo è positivo il fatto che sono previsti degli osservatori nei Paesi che devono riferire circa il rispetto dei principi sanciti nella convenzione: questo è un fatto molto concreto e davvero molto importante perché la Convenzione ONU solleva il tema delle Patri Opportunità e delle Non discriminazioni. Credo che potrebbe essere uno strumento - essendo sovranazionale - capace di rendere molto più omogenee le politiche, ad esempio sulla disabilità, nei diversi Paesi del mondo. L'efficacia dipenderà in gran parte dal fatto che ci sia la volontà reale dei governi di dare attuazione, come in tutte le politiche. Per l'Italia abbiamo visto che lo stesso Ministro è andato a New York a firmare la convenzione, ma non tutti i Paesi hanno fatto così, molti hanno inviato l'ambasciatore, o solo un rappresentante di qualche associazione. Questo credo sia un segno importante. Da noi il movimento delle associazioni che si occupano di disabilità mi sembra sia abbastanza attrezzato per raccogliere questa sfida perché era presente e ha lavorato negli anni in ambito europeo alla stesura di questo testo, per cui molti princìpi informatori di questa convenzione sono nostri principi: l'Italia è un Paese che porta cultura nel mondo ed è molto attiva nel costruire gli scenari che possono portare a politiche molto concrete.
Il Piemonte, forte della propria tradizione d'impegno sociale, si sta candidando con Melting Box a gettare le basi di un laboratorio permanente sui Diritti e le Pari Opportunità. Pensa che avrà i numeri per fare davvero da traino?
In una visione federalista intelligente e moderna credo proprio d sì: sono le Regioni ad essere le più vicine al territorio e per questo hanno il compito e la possibilità di costruire dei terreni di confronto che sono molto più concreti e operativi. Possono utilizzare le competenze che arrivano dal territorio, dalla ricerca, dall'associazionismo per produrre ed elaborare il nuovo. Il Piemonte ha alle spalle il lavoro dell'Osservatorio Sociale nato anche, in parte, dal Segretariato Sociale della Rai che avendo scelto Torino come sede dell'elaborazione culturale quanto riguarda le politiche sociali, ha creato questo fermento e questo giro di competenze che operano già da tempo, quindi può contare su un terreno fertile. In più, per quanto riguarda le disabilità, con le Paralimpiadi ha saputo dimostrare una grandissima capacità di essere adeguata e pronta, grazie alle persone che vi hanno operato. Questa è una grandissima verità: per quanto si possa avere progetti e programmi, la differenza spesso la fanno le persone.
Per questo credo che Melting Box sarà una grande realtà di incontro vero. Spesso queste grandi manifestazioni, che hanno obiettivi e ambizioni molto alte, con scenari culturali molto complessi, possono sembrare in qualche maniera sganciate da un contesto operativo concreto. In realtà il calendario di Melting Box, con tutto quanto ha saputo raccogliere dal territorio, e offrire in termini di dialoghi, convegni, seminari, e con tutti i documenti che ne verranno raccolti, sono certo che saprà essere davvero un luogo d'incontro. Proprio come nelle fiere tradizionali, sulle nostre piazze, dove domanda e offerta possono incontrarsi, in un luogo di scambio vero.